lunedì 12 maggio 2014

racconti

Lo so è fuori tema, non c'entra nulla col blog e con le ricette, ma mettendo ordine nelle cartelle del PC ho ritrovato un vecchio racconto che ho provato a scrivere qualche tempo fa..... e allora mi sono detta... perchè non inserirlo nel blog? No no, non temete, non sono una "scrittrice" .... è stato solo l'istinto di un momento ....... 



Un Angelo nella mia vita


Seduta davanti al pc guardo il monitor senza vederlo. Assorta nei miei pensieri non mi accorgo che i minuti passano e che è già ora di tornare a casa.
La mia collega si affaccia nel mio ufficio e mi chiede “non vieni con noi?” Oggi è giovedì e come al solito ci ritroviamo per un caffè dopo il lavoro e per chiacchierare un po tra noi. Spengo il pc e mi avvio con le mie colleghe che chiacchierano con allegria.
Siamo al bar e il chiacchiericcio continua tra una battuta e una risata. Rido con loro ma il mio pensiero è lontano. Marisa se ne accorge e mi sussurra “vuoi che ti  faccia compagnia questa sera?”: La guardo sorridendo e le dico “No grazie Marisa. Sto bene”.
Ci salutiamo e mi dirigo verso casa mia mentre i ricordi riaffiorano e mi fanno compagnia….
*********
E’ una splendida giornata di sole ed io decido di passare il fine settimana a casa dei miei, nel mio paesino. Imbocco l’autostrada e con il sole che mi batte sulla faccia, vado felice verso casa.
Ho appena imboccato l’autostrada quando il motore comincia a singhiozzare e l’auto va avanti a balzi. Eh no… ho appena ritirato l’auto dal meccanico, possibile che non sia riuscito a risolvermi il problema? Fermo nella prima area di sosta e scendo. Apro il cofano e guardo sconsolata quell’ammasso di fili, bulloni e pezzi meccanici che sembrano sbeffeggiarmi. E adesso? Che faccio? Mi guardo intorno…. Accidenti non c’è nemmeno la colonnina per la richiesta di soccorso in questa piazzola. Non mi resta che cercare un posto dove poter telefonare. Afferro la borsa, chiudo l’auto e faccio per incamminarmi quando si ferma una pattuglia della polizia stradale. Urrà la mia buona stella non mi ha abbandonata. Due poliziotti scendono dall’auto. Quello più alto mi si avvicina – Ha bisogno di aiuto signora? – lo guardo e un brivido mi percorre la schiena. – La mia macchina ha preso a singhiozzare e ora non vuole saperne di ripartire, ed io non ci capisco nulla. Ho bisogno di un meccanico.
Lui sorride e mi dice – Le spiace se do uno sguardo? Mio padre è meccanico ed io ne capisco qual cosina.
Che fortuna penso tra me e me. Un poliziotto e pure meccanico. Cosa vuoi di più dalla vita oggi? Tra l’altro è anche carino.
Gli do le chiavi della macchina, lui si siede al posto di guida, infila le chiavi nel cruscotto ma l’auto non parte. Con un sorrisetto beffardo mi dice – Signora, forse se ci mette un po’ di benzina, l’auto riparte.
Accidenti che figuraccia…. Ho dimenticato di controllare e non mi sono accorta della spia rossa che mi dice che la mia auto è a secco.
Mortificata e rossa come un peperone cerco di giustificarmi – l’ho appena ritirata dall’officina, e per la fretta che avevo, non ho fatto caso alla spia – balbetto a occhi bassi.
Lui sorride e rivolto al suo collega – Accompagniamo la signorina al prossimo distributore. E’ rimasta a secco.
Ecco…. Così ho conosciuto Matteo, mio marito.
Da quel momento non ci siamo lasciati più. Quella sera stessa mi ha raggiunto a casa dei  miei e mi ha portato fuori a cena. Tra di noi si è instaurata una sintonia che ci ha fatto sentire uno parte dell’altra da subito. Dopo sei mesi abbiamo deciso di sposarci e passare insieme il resto della nostra vita. Dopo il matrimonio siamo andati a vivere nel suo appartamento e l’abbiamo arredato dandogli un tocco di vivacità scegliendo colori vivaci e allegri com’eravamo noi.
I nostri amici sono sempre pronti a trascorrere a casa nostra serate in allegria.
La nostra vita scorre su un binario liscio e senza scossoni. Eravamo sposati da due anni quando abbiamo cominciato a pensare di avere un figlio. Passiamo ore a fantasticare nel nostro lettone a come sarebbe stata la nostra vita con un bimbo che ci avrebbe uniti ancora di più. Matteo avrebbe voluto averlo subito io tentennavo perché non mi sentivo all’altezza di un figlio. Una sera al rientro dall’ufficio apro la porta di casa e mi meraviglio del buio…. Matteo avrebbe dovuto essere a casa da un pezzo. Il cuore si salta in gola temendo che gli possa essere successo qualcosa. Quando è al lavoro, sono sempre in ansia. Il suo è un mestiere rischioso più di tanti altri. Di pattuglia per le strade si corre sempre il rischio di imbattersi in malcapitati senza scrupoli.
Accendo la luce e mi dirigo verso il soggiorno. Dal corridoio scorgo una luce tremolante provenire da quella stanza ma non capisco cosa possa essere. Apro la porta e mi ritrovo davanti una scena che non dimenticherò mai. Matteo ha indossato il suo abito scuso, sembra debba andare ad una cerimonia. E’ in piedi accanto al tavolo apparecchiato come fosse il ristorante più in della città. Due candele illuminano tutto creando un’atmosfera romantica. Una rosa dal lungo gambo è poggiata su una sedia. Sono rimasta a bocca aperta. Matteo mi viene vicino, mi afferra per mano e mi fa accomodare senza dire una parola. Poi sparisce verso la cucina, dove lo sento trafficare tra pentole e stoviglie. Faccio per alzarmi e andare a vedere che combina ma lui dalla cucina mi dice – stai lì non ti muovere. Ho una sorpresa per te.
Matteo appare sulla porta spingendo un carrello per le vivande sul quale sono disposti ordinatamente diversi piatti con pietanze varie.  Il mio sguardo interrogativo si posa su di lui. Chi ha preparato tutto quel ben di  dio? Mi serve la prima portata, un timballino di zucchine su una vellutata di verdura. Si siede di fronte a me e senza darmi tempo di parlare mi dice – Amore assaggia tutto senza fiatare. Parleremo dopo.
Sempre più stupita, assaporo ogni cosa con gusto e appena tento di aprir bocca per chiedergli spiegazioni lui con un sorriso mi fa segno di tacere. Non capisco cosa gli sia capitato ma lo assecondo con piacere. Mi sento come una principessa in un’atmosfera di favola.
Finiamo di mangiare in silenzio lanciandoci sguardi incuriositi da parte mia e dolci e divertiti da parte sua.
Alla fine della cena mi prende per mano, mi fa alzare insieme ci dirigiamo verso il divano. Mi fa sedere e poi sparisce di nuovo in cucina. Questa volta torna con un vassoio. Sopra ci sono due creme caramel. Sa che impazzisco per il creme caramel. Guardandolo sempre più stupita, mangio il mio dolce. A un certo punto mi toglie il piattino dalle mani, si pone di fronte a me e con sguardo innamorato mi dice – Ada, non ho mai parlato così a nessuno. Sei entrata nella mia vita come un ciclone, dal primo momento ho desiderato sposarti e vivere con te il resto della mia vita. Soli tu ed io. Adesso voglio qualcosa da te…. qualcosa che possa portare in se l’essenza di me e di te insieme. Qualcosa che possa continuare a vivere dopo di noi. Ada non importa se dovremo rinunciare ai nostri momenti da soli. Se tu vuoi Ada, voglio da te un bambino. Che abbia la tua dolcezza e il mio carattere. Ada, ti amo e ti amerò sempre.
Lo guardo tra un velo di lacrime. Gli butto le braccia al collo e lo bacio con tutto l’amore di cui sono capace.
Trascorriamo la notte più bella che abbiamo mai avuto.  Ci perdiamo l’uno nelle braccia dell’altro e mi sento unita a lui più che mai.
Al mattino mi sveglio che Matteo è giù uscito per lavoro. Sul suo cuscino c’è un biglietto. – Resta a letto amore mio, ho avvisato in ufficio che stai poco bene e che per oggi resti a casa. Ti amo.
Mi stiracchio pigramente e resto a poltrire ancora un po’ a letto. Lo adoro.  Afferro il cellulare e gli mando un sms  – Ti amo –
Trascorro il resto della mattinata in uno stato di estasi. A pranzo mangio un panino al volo, poi mi preparo ad accogliere il rientro di Matteo seduta sul divano con un libro tra  le mani.
Non mi accorgo che il tempo passa e che comincia ad imbrunire, presa come sono dalla lettura di quel romanzo d’amore. Come mio solito mi sono proiettata nel mondo dell’eroina e sto vivendo con la fantasia la sua vita.
Mi riporta alla realtà il suono insistente del campanello. Sarà Matteo che si è scordato le chiavi di casa, penso. Di corsa mi dirigo verso la porta la spalanco e sono pronta a buttare le braccia al collo di Matteo ma mi fermo di botto. Chi sono questi due uomini in divisa davanti alla mia porta? E perché hanno lo sguardo basso.  Quello più anziano lo conosco, è il collega di Matteo, quello che era in auto con lui quando ci siamo incontrati la prima volta. Lo guardo perplessa. – Posso entrare? – mi chiede. Mi scanso e li faccio passare.
Lui si rigira il berretto tra le mani. Io non riesco ad aprir bocca. Quello più giovane mi fa sedere sul divano, prende una sedia e si siede davanti a me. – Sono il maresciallo Cordelli. Matteo ha avuto un incidente, non si agiti, è in ospedale. Se ci segue, l’accompagniamo da lui.
Un nodo mi stringe la gola non riesco a parlare ne so cosa fare. Matteo è ferito, cosa è successo. Prendo la giacca e la borsa e mi accingo a seguirli sempre più agitata. Con lo sguardo interrogo il suo collega anziano che appena incrocia il mio sguardo, si volta dall’altra parte senza dire una parola. Un brivido freddo mi corre lungo la schiena mentre il cuore mi batte impazzito nel petto.
Giungiamo in ospedale e sono condotta nello studio del primario. Che succede? Perché sono qui? Il medico si alza in piedi, mi viene vicino, mi fa accomodare e tenendomi la mano mi dice – Signora, si faccia coraggio. Non ha sofferto.
Un urlo straziante mi ferisce le orecchie, non capisco chi sia ad urlare in quel modo. Poi tutto comincia a ruotarmi intorno e mi sento precipitare nel vuoto.
Delle voci ovattate intorno a me. Una voce sconosciuta mi chiama per nome. –Ada, apra gli occhi, Ada mi guardi. – Apro gli occhi e intorno a me ci sono due medici e un’infermiera. Chi sono queste persone? Che mi è successo.  Un lampo m’illumina la mente. Matteo. In un secondo capisco che la persona che prima urlava ero io. Matteo. Il suo nome continua a rimbombarmi nella mente. Dov’è Matteo? Perché non è con me?
Comincio a piangere silenziosamente mentre realizzo quello che è accaduto. Matteo non c’è più. Mi ha abbandonato per sempre.
Avevano ricevuto una chiamata via radio per una rapina in corso. Appena giunti sul posto avevano incrociato l’auto dei rapinatori e si erano messi subito all’inseguimento. Dall’auto dei rapinatori erano stati sparati dei colpi. Uno aveva colpito Matteo al petto. Non un lamento dalla sua bocca. Si era accasciato di lato e non si era più mosso.
Precipito di nuovo nel limbo dell’incoscienza. Non ricordo cosa sia accaduto dopo. E’ tutto così confuso nella mia mente. Mio padre e mia madre accanto a me, i genitori di Matteo, le mie sorelle e sua sorella unite in un unico abbraccio. Tanti colleghi, tanti fiori, tante mani da stringere e poi più nulla.
I giorni trascorrono uno dietro l’altro ed io sono sempre più apatica. Mia madre mi costringe a mandare giù qualche boccone. Si è trasferita a casa mia e si prende cura di me.
E’ passato un mese da quando i due poliziotti sono venuti a casa mia. Mi trascino per casa come un automa senza volontà alcuna. Mia madre piange in silenzio asciugandosi le lacrime furtivamente ogni volta che mi sente arrivare.
La mia collega Marisa viene a trovarmi spesso e un giorno mi dice – Ada, torna al tuo lavoro. Ti aiuterà a distrarti e a riprendere la vita di prima.
-La mia vita non sarà più la stessa Marisa. Senza Matteo io non ho più uno scopo. Sono sola.
Quella notte sprofondo in un sonno profondo come non mi capita più da quando Matteo è morto.
Sento la sua mano che stringe la mia e col sorriso sulle labbra  mi sussurra –Ada amore mio, non potevo lasciarti da sola. Il piccolo che porti in grembo è  il mio ultimo dono per te.
Mi sveglio di colpo chiamando Matteo. Mia madre accorre e si siede sul mio letto. In lacrime le racconto il mio sogno. Piange anche lei.
Il mattino dopo mi alzo dal letto e vengo assalita dalla nausea. Mi rimetto a letto e mia madre preoccupata chiama il medico. Il dottor Anselmi è seduto accanto al mio letto e mentre mi misura la pressione mi chiede a bruciapelo – Ada, da quanto non hai il ciclo.
Stupita lo guardo e – Non ricordo dottore. Da quando Matteo se n’è andato per sempre.
Lui sorride e mi prescrive delle analisi. Poi guarda mia madre e le dice- Signora Astolfi credo che stia per diventare nonna.
Mia madre corre ad abbracciarmi in lacrime.
Io sono stupida e resto lì imbambolata senza sapere cosa pensare.
Non è possibile. Avevo sempre preso la pillola, come potevo essere incinta? E poi Matteo se n’era andato per sempre. Non potevo essere incinta.
Mia madre mi guarda tra le lacrime – Lo sapevo che Matteo non ti avrebbe lasciato sola piccola mia.
Oggi sono due anni che Matteo è morto. Apro la porta di casa e il trillo di gioia del piccolo mi scalda il cuore. Matteo jr tende le sue braccine per farsi prendere in braccio mentre la baby sitter sorride e mi dice – Ada il suo piccolo è un vero angelo.